53 commenti su “RUBRICA CULTURALE, IDENTITARIA, STORICA e TRADIZIONI”

  1. TRACCIATI NELLA NEVE: IL CONFINE SEGRETO TRA IMPERO D’AUSTRIA E SERENISSIMA
    ​Sapete che tra le cime della Lessinia e del Monte Baldo, immerse nei boschi di faggi e nei pascoli d’alta quota, ci sono pietre antiche che un tempo dividevano due superpotenze mondiali? ⛰️
    ​Oggi per passare dal Veneto al Trentino bastano pochi minuti di auto, ma fino al XVIII secolo varcare quel limite significava passare dalla Repubblica di Venezia (la Serenissima) ai domini dell’Impero d’Austria (Casa d’Austria)!
    ​🗿 Il cippo n. 122 del 1754: Un testimone di pietra
    ​Nell’immagine (tratta dal volume Il confine tra Casa d’Austria e Serenissima) vediamo il Termine Intermedio originale del 1754 (n. 122), ancora intatto sotto un manto di neve, incise con maestria le cifre dell’anno di posa. Sullo sfondo si scorge maestoso l’Altissimo di Nago.
    ​Queste pietre non venivano piantate a caso! Dopo secoli di dispute per pascoli, legna e malghe contese tra le comunità locali, nel Trattato di Rovereto del 1754 fu stabilita una linea di confine precisa e minuziosamente mappata da tecnici ed esperti di ambo le parti.
    ​💡 3 Curiosità storiche che (forse) non sapevi:
    ​La guerra delle malghe e dei pascoli 🐄
    I contadini di Ala, Avio, Erbezzo e Boschi Chiesanuova si scontravano regolarmente per i diritti di pascolo. La Malga Sega, ad esempio, fu al centro di infinite controversie legali e storiche tra la Casa di Pietà di Verona, i Conti Portalupi e la Comunità di Ala.
    ​Le “linee tortuose” e la sterilizzazione della terra 📐
    Il trattato dovette risolvere rompicapi pazzeschi! In alcune zone, come attorno al Monte Memole o alla Pialda, la linea di confine faceva zigzag assurdi per rispettare diritti privati secolari, arrivando a considerare “sterili” certe rocce pur di trovare un accordo politico.
    ​Il gioco dei contrabbandieri 🎒
    Lungo queste pietre confinarie nacque un’epopea di contrabbando: tabacco, sale, seta e caffè passavano di notte attraverso i valichi più impervi per schivare le gabelle e i controlli dei doganieri imperiali e dei fanti veneti.
    ​📖 Il Racconto: La Notte della Pietra 122
    ​(Sui monti di Ala e della Sega, Autunno 1754)
    ​La nebbia calava fitta dai ghiaioni del Monte Altissimo, portando con sé l’odore pungente dei ginepri e della terra bagnata.
    ​Mastro Giacomo, uno scalpellino inviato al seguito della Commissione di Confine per conto della Serenissima, soffiava sulle dita rosse per il freddo. Davanti a lui, una grande pietra calcarea squadrata giaceva ancora a terra. Da un lato della mulattiera c’era il commissario austriaco con il suo lungo mantello di panno scuro; dall’altro, il nobile veneziano incaricato dal Senato di San Marco.
    ​«Incidi bene il numero, mastro!» esclamò l’ufficiale veneziano, battendo lo stivale sulla terra bagnata. «Il numero 122 deve vedersi chiaro anche sotto un braccio di neve. Che i malghesi di Ala sappiano fin dove si estendono i pascoli di Verona!»
    ​Giacomo impugnò lo scalpello e il martello di ferro. Tlac, tlac, tlac. La pietra rispose con un suono secco e metallico. Una ad una, le cifre del 1754 presero forma nella roccia.
    ​Poco distante, nascosto tra i rami larghi di un abete, un giovane pastore di Ala osservava la scena in silenzio. Per lui, quella pietra piantata tra le erbe non era solo politica di grandi imperi: era il confine tra la casa dove era nato e i pascoli dove suo padre portava le vacche d’estate.
    ​Quando le due delegazioni ripartirono verso il fondo valle con le lanterne accese, Giacomo rimase un ultimo momento da solo vicino al cippo appena alzato. Sfiorò con la mano la pietra ruvida e calda di lavoro.
    ​«Forse divise le mappe dei Re,» mormorò lo scalpellino guardando le cime impervie dell’Altissimo, «ma le montagne, quelle non le dividerà mai nessuno.»
    ​💬 Vi è mai capitato di incrociare uno di questi antichi cippi confinari durante un’escursione in montagna? Raccontateci dove nei commenti!
    ​#Lessinia #MonteBaldo #AltissimoDiNago #StoriaDItalia #Serenissima #CasaDAustria #ConfiniStorici #TrekkingStorico #Verona #Trentino
    Dal gruppo Facebook “Storie di Verona Storie di luce”

  2. ELISABETTA CAMINER TURRA: TRA LE PRIMISSIME DONNE GIORNALISTE…nacque a Venezia il 19 luglio 1751 dallo storico Domenico Caminer e da Anna Maldini. In giovane età fu messa in una scuola di ricamatrici ove rimase sino ai 14 anni , lasciando però ogni tanto l’ago e il filo per leggere e scribacchiare.
    In seguito entrò nello studio del padre con l’intento di scrivere articoli per la stampa del giornale ” l’Europa letteraria” e per tenere la corrispondenza, sia in italiano che in francese imparati da sola. Poco dopo infatti si accinse a tradurre vari drammi dal francese che furono accolti con consenso sulle scene veneziane.
    Si sposò nel 1771 col medico vicentino Antonio Turra ma non per questo smise le sue occupazioni letterarie, anzi! Continuò a soggiornare a Venezia e dopo aver lavorato col padre al “Giornale enciclopedico” succeduto all’ “Europa letteraria”, assistita dall’abate padovano Alberto Fortis, poeta, archeologo e naturalista, pubblicò la traduzione delle “Composizioni teatrali moderne”. Nel 1777 diventa direttrice della rivista letteraria sopra citata.
    Continuò ugualmente a scrivere versi come quelli da lei stessa pubblicati in occasione della morte della contessa Antonia Dondi Orologio-Borromeo e anche in occasione di avvenimenti lieti come ad esempio, per il solenne ingresso di Andrea Memo, eletto procuratore di San Marco il 24 luglio 1785.
    Tradusse dal francese il “Quadro della storia moderna” di Méhégan, le opere di mme. Leprince de Beaumont per l’educazione delle ragazze e le “Novelle morali” del Marmontel. Molta fama le produsse la traduzione di una voluminosa lettera di Chiara di Rosemberg a suo fratello, con la quale descrisse in modo particolareggiato le feste datesi in onore dei conti del Nord, cioè del figlio e quindi successore (Paolo I) di Caterina II, imperatrice di Russia e di sua moglie Sofia . L’eccellente traduzione di questa lettera ebbe numerose ristampe.
    Un cenno infine alla sua traduzione in versi, dal tedesco degli “Idillii” di Salomon Gessner.
    Elisabetta amò moltissimo anche la recitazione e per potersi tenere in esercizio, fece costruire a Vicenza, dove nel frattempo si era trasferita, un piccolo teatro, nel quale si intratteneva ad istruire con successo molti giovani aspiranti attori.
    La sfortuna volle però che proprio questo teatro fosse il motivo della sua fine prematura, perché mentre assisteva ai preparativi di una rappresentazione, un soldato ubriaco la colpiva così fortemente al petto da provocarle un tumore, che nonostante l’operazione chirurgica, la condusse alla morte nel giugno del 1796.

    Da: “Le donne della Serenissima” di E Musatti
    Foto da fb (IA)
    Da un post Facebook di “Veneti nel tempo”

  3. Lo so, molti Veneti non lo sanno, ma glielo dico io:
    Fioi, vardè cuanto antichi che semo!
    Bon, desso eo savì.

    …Este, Adria, Asolo, Padova, Oderzo, Vicenza, Belluno, Feltre, Concordia, Ceneta.
    Plinio nomina altre città de’ Veneti, di già perite al suo tempo, e sono:
    Atina e Celina; della prima non si ha notizia, ma la seconda dovrebbe essere stata vicina al rovinoso torrente, ora chiamato Celina, presso il monte e dentro terra situata.
    Nei dintorni, ove sta la nostra distrutta Aquileja, eranvi altre tre città de’ Veneti cioè: Tramini, Palsazio e Pellaon, forse atterrate dai feroci Popoli circonvicini molt’innanzi alla venuta de’ Galli nella Venezia.
    Da un post Facebook dii Danilo Leo Lazzarini

  4. CURIOSITÀ: L’ELEGANZA DEL GONDOLIERE NEL XVIII secolo
    Per quello “de casada” (il gondoliere al servizio delle nobili casate), era molto curata nelle occasioni festive. L’abbigliamento “tipo” era più o meno questo: berretto rosso, giacca di seta o di velluto, calzoni corti, calze di seta, sciarpa rossa e cintura, scarpe bianche.
    Una semplice camiciola, una cintura, un berretto o un cappello piumato, era invece il vestito ordinario, ma sempre accurato e pulito, dei gondolieri avventizi o di traghetto.
    Secondo il De Brosses “Les gondoliers de la République sont tous en chappes de velours rouge chamarrés d’or, avec de grands bonnets à l’albanoise”
    Molmenti
    Post di “Veneti nel tempo” di A.Todesco

  5. LA VISPA CECILIA TRON…Cognata di Caterina
    La sua fama è legata alla replica fulminea ad un epigramma insultante. Cecilia aveva messo in vendita un palco di sua proprietà al teatro San Beneto (Venezia) e qualcuno aveva, a tal proposito, messo in giro questo disprezzante versetto: “Brava laTrona!/ La vende el palco/ più caro de la mona”. E Cecilia, di rimando: “La Trona/la mona/la dona!”.
    In questa, per così dire, tenzone poetica, si evince tutta la diversità da Caterina (di cui ho già scritto in un post precedente ndr).
    Cecilia arrivò a palazzo tron all’età di 17 anni, sposa di Francesco che di anni ne aveva 50.
    Figlia di Renier Zen, era una bellissima ragazza, vivace al punto da essere paragonata ad un terremoto e Francesco se ne accorse ben presto. A Brescia, dove lui era andato podestà, sua moglie aveva fatto costruire , illuminare e riscaldare il teatro, rimesso in piedi la languente Accademia degli Erranti e lasciato i bresciani esterrefatti, non tanto per il suo talento nel suonare il pianoforte, ma perché ballava come un’indemoniata, si mascherava in mille modi, montava a cavallo come un fantino , tirava di scherma come uno spadaccino e, cosa mai vista, si vestiva spesso e volentieri da uomo.
    Mentre Caterina tiene un salotto frequentatissimo ed ambitissimo, Cecilia s’impegna per cercare di eclissarne la fama creandosene uno proprio, frequentato da stranieri di passaggio (nel 1755 ci passerà anche Cagliostro).
    Caterina organizza la rappresentazione delle “Droghe d’amore” al teatro San Luca lei organizza una claque per la ballerina Baccelli , goffa e sguaiata, sonoramente fischiata, facendola applaudire; la ricopre di regali costosi e la fa diventare vedette incontrastata. Organizza invece una solenne fischiata al celebre cantante Pacchierotti, che non le sta simpatico: la vedono, vestita da uomo, con tanto di stivali, uscire dal Teatro San Samuele dicendo soddisfatta: “siamo riusciti”.
    Ha 36 anni quando incontra a Milano il 58ttenne Parini; e gli fa la corte, adulandolo garbatamente ma soprattutto gli fa girare la testa col fascino dei suoi seni scoperti che ispirano al poeta l’ode “Il pericolo”.
    Ne ha 38 quando arrivano da Treviso l’imperatore Leopoldo II, il re e la regina di Napoli e i granduchi di Toscana, e lei irrompe, vestita da uomo, a cavallo, sul Terraglio (strada che unisce Mestre a Treviso ndr) e si butta a precedere, a spron battuto, il corteo delle carrozze. Gli inquisitori di Stato invitano Francesco a “contenere la dama sua moglie nei limiti di una decente moderazione” ma lei è ben contenta di aver fatto colpo sugli ospiti e poco si cura dello “stomachevole silenzio” con il quale il marito pensa di punirla .
    Poi Francesco muore e muore anche la cognata così il personaggio è lei. La gente ripete le sue battute come la replica al gondoliere che, vedendola accuratamente truccata per nascondere le rughe che avanzano, le ha detto: ” Che bela ciera che la ga, celenza!” E lei ha risposto ” Lo so, sior macaco, ma la me costa!”.
    Cade la Repubblica, e Cecilia fa il contrario di ciò che avrebbe voluto fare Caterina: è francofila e giacobina. Nel settembre 1797 dà una gran festa “democratica” nel palazzo sul Canal Grande, va a ricevere a Mestre la moglie di Napoleone, l’accompagna in gondola e arriva al punto di cantarle la celebre canzonetta “la biondina in gondoleta”.
    Quando i francesi se ne vanno e arrivano gli Austriaci, viene sospettata di mene rivoluzionarie e le intimano più volte gli arresti in casa ma lei continua la sua vita, tiene un salotto più brillante di prima, sposa il suo cavalier servente conte Giorgio Ricchi (ma continua a farsi chiamare Zen Tron), invecchia sempre di più ma conserva lo spirito indiavolato che profonde anche nelle cose più normali come quando conclude una lettera ad un professore di Padova che, tanto per cominciare,ha chiamato “carissimo e asinissimo” con un “Vostra? mai! Cecilia Tron”.

    Da “Canal Grande” A. Zorzi
    In foto : Rosalba Carriera “Allegoria dell’aria” da fb
    Post di ” Veneti nel tempo”

  6. IL PROFUMO A VENEZIA…Verso la fine del XV secolo, periodo in cui aprí in città il primo negozio di profumi, iniziò a svilupparsi a Venezia il mercato delle fragranze
    Nel secolo successivo le tecniche della produzione delle essenze si erano estese da Venezia anche al resto d’Europa ma a Venezia, nel 1568 già esistevano ben 24 “muschieri” che creavano essenze per la sola città . Le fragranze venivano usate per il corpo, per gli abiti, per gli accessori come guanti e anche per oggetti casalinghi di uso quotidiano. Molto probabilmente la funzione primaria delle essenze era quella di “coprire” gli odori ma i saggi venditori veneziani ebbero l’accortezza di pubblicizzare i propri prodotti come “stravaganze”.
    Nel 1709 Giovanni Maria Farina, mentre soggiornava a Colonia, in Germania, creò l’acqua di Colonia ma quasi certamente, il desiderio di creare profumi gli venne trasmesso dalla nonna, la celebre profumiera veneziana Caterina Gennari.
    La stretta connessione tra il profumo e Venezia è stata recentemente ribadita con l’inaugurazione del primo museo del profumo al mondo, aperto all’interno del museo di Palazzo Mocenigo nel 2013. Vi viene ricordato anche il noto produttore di articoli per il corpo Angelo Vidal, che nel 1900 iniziò a creare articoli che rimasero in fabbricazione per decenni e che molti di noi ricordano ancora.
    Recentemente, un ramo veneziano dell’azienda Vidal, ha prodotto una linea di profumi chiamata “Il mercante di Venezia” quindi possiamo dire che il mercato del profumo a Venezia non sia mai scomparso del tutto…

    Lib. tratto da “Venezia” di F. Small
    In foto, di “the Merchant of Venice” la spezieria “All’Ercole d’oro” antica farmacia del ‘700
    Da un post di “Veneti nel tempo” a cura di Antonella Todesco

  7. Nel 1600 Venezia cambiò il corso di un fiume europeo per salvare la propria esistenza.

    Non è una leggenda. È il Taglio di Porto Viro, una delle più grandi opere idrauliche mai tentate da uno Stato europeo prima dell’età moderna.

    All’inizio del Seicento la Serenissima aveva un problema enorme: il Po stava lentamente modificando il destino della laguna.

    I sedimenti trasportati dal fiume si accumulavano vicino alle bocche lagunari. La paura dei veneziani era concreta: se il fiume avesse continuato ad avanzare nella stessa direzione, Venezia avrebbe rischiato di perdere quella barriera d’acqua che per secoli aveva protetto la città.

    Ma dietro l’acqua c’era anche la politica.

    Il ramo del Po che passava verso Goro favoriva i traffici dello Stato Pontificio. Il controllo delle vie fluviali significava controllare merci, tasse e influenza.

    Per Venezia, lasciare che il fiume continuasse il suo percorso naturale significava anche lasciare crescere il potere di un rivale.

    Così la Repubblica prese una decisione quasi impensabile: non avrebbe aspettato che la natura cambiasse il territorio.

    Avrebbe cambiato la natura.

    Il 5 maggio 1600 iniziarono i lavori nel Polesine. Gli uomini della Magistratura alle Acque progettarono un nuovo canale artificiale lungo circa 7 chilometri: un taglio rettilineo nel terreno per obbligare il Po a seguire un nuovo percorso.

    Non c’erano macchine moderne.

    C’erano pale, picconi, argini di legno, barche e migliaia di braccia.

    Il lavoro fu lungo e difficile. Il terreno era instabile, il fiume imprevedibile e il cantiere dovette affrontare anche tensioni politiche con lo Stato Pontificio, che vedeva nella deviazione una minaccia ai propri interessi.

    Per oltre quattro anni gli uomini continuarono a scavare.

    Metro dopo metro.

    Giorno dopo giorno.

    Fino a quando il fiume fece quello che Venezia aveva progettato: abbandonò il vecchio percorso e iniziò a scorrere nel nuovo alveo.

    Il 16 settembre 1604 la Repubblica poté annunciare la conclusione dell’opera.

    Il risultato fu una trasformazione geografica destinata a durare secoli.

    Il Delta del Po che oggi conosciamo — con le sue isole, le sue valli, i suoi rami e il suo paesaggio unico — porta ancora la firma di quella scelta veneziana.

    Guardiamo quei territori e pensiamo alla natura.

    Ma una parte di quella natura è nata da una decisione politica, da un progetto umano, da uomini che nel 1600 decisero che un fiume non era più soltanto qualcosa da subire.

    Era qualcosa da governare.

    Forse la cosa più sorprendente è questa: una delle zone umide più importanti d’Europa non nacque solo dall’acqua.

    Nacque da una sfida tra una Repubblica e un fiume.

    E il fiume, alla fine, cambiò strada.

    Ma perché qualcuno lo aveva ordinato.

    Venezia non costruì soltanto palazzi sull’acqua.

    Per difendersi, cambiò la mappa dell’Italia.

    Un canale scavato a mano diventò un nuovo pezzo di mondo.

    E ancora oggi il Po scorre dove decisero gli uomini del 1600.

    In breve:
    — Il Taglio di Porto Viro deviò il corso principale del Po tra il 1600 e il 1604 creando la base del Delta moderno.
    — Venezia usò un’opera idraulica per proteggere la laguna e contrastare interessi territoriali dello Stato Pontificio.
    — Un paesaggio considerato naturale oggi conserva ancora le conseguenze di una decisione politica seicentesca.
    Dal web

  8. VENTAGLI…A Venezia il ventaglio era un oggetto di lusso e con i suoi graziosi lembi di seta, di pergamena, di carta dipinta spesso da abili artisti, fu complice della galanteria femminile, ora spiraglio agli sguardi, ora schermo a dispetti, ebbe un suo linguaggio particolare di incoraggiamento, di promessa, di lode, di minaccia e di perdono.
    I ventolini di vari fogliami col manico d’avorio, d’argento o d’oro del XVII secolo si trasformarono nel secolo successivo nei larghi ventagli con le stecche spesso fregiate di perle e di gemme, coi manici in tartaruga, in madreperla o in avorio e talvolta addirittura con due lenti rinchiuse in due bastoncelli tondi a forma di canocchiale.
    Come per le madri, l’etichetta imponeva l’utilizzo di tale accessorio, quasi sempre di forma identica, anche alle figlie e di conseguenza ne furono corredate anche le loro bambole.
    Divenuti d’uso comune, furono celebri le fabbriche dello Zucchi, del Bagozzi, del Finozzi e, più tardi del Remondini di Bassano. Anche per questi oggetti dovette intervenire il Senato coll’emanazione di più leggi che impedissero l’uso di materiali eccessivamente preziosi.
    Di più modico prezzo e più spiritosi erano i ventagli delle popolane ma non per questo meno lavorati. Essi
    rappresentavano scene di vita popolare, mestieri, mode e caricature.

    “La carta istessa in suo linguaggio accorta,
    Distinta a più colori parla d’amore:
    Parte è tinta in azzurro e parte smorta
    Quindi la speme appar, quindi il timore”

    Carlo Belli, “Il ventaglio”, poemetto dedicato a S.E. la signora Paolina Contarini in occasione delle sue felicissime nozze con S.E. il signor Conte Giuseppe Giovanelli, Venezia 1782
    In foto (del NH Paolo Francis Quirini ) un ventaglio in pizzo che si dice appartenuto a Caterina Dolfin
    Da post Facebook “Veneti nel tempo”

  9. Sul ponte sventola…bandiera bianca!

    “LA FINE…Nel giugno del 1848 mentre Milano e le città venete sceglievano l’annessione al Piemonte per avviare l’unità d’Italia, Venezia rimase per conto suo. Divisa tra il partito dei favorevoli di Pietro Paleocopa e quello dei contrari di Niccoló Tommaseo, Venezia vota l’annessione al Piemonte più per cercare aiuto sotto pressione dell’esercito Austriaco che per convinzione politica. I commissari piemontesi, giunti a Palazzo Ducale il sette agosto vengono dopo quattro giorni pesantemente insultati perché il loro re ha lasciato il Veneto e Venezia a Vienna.
    La città si trova sola contro un nemico inaffrontabile.
    Tommaseo cerca aiuto a Parigi e a Londra ma non in Italia dove nessuno mostra voglia di venire in soccorso. Il prestito chiesto agli italiani va a vuoto “25 milioni di italiani hanno dato a Venezia di che vivere un giorno” lamenta il Tommaseo.
    Il 25 luglio gli austriaci tentano di bombardare la città con palloni aerostatici che fanno levare in volo dalla nave Vulcano ancorata al Lido e che finiscono a Mestre sopra la testa dei loro compatrioti.
    Il 24 agosto 1849 la città decide di resistere ad oltranza, di difendersi da sola contro trentamila austriaci schierati a Mestre ma i cannoni attivati a Marghera colpiscono con precisione Cannaregio, Santa Croce e San Polo. Arrivano anche a San Marco facendo fuggire la gente a Castello e alla Giudecca.
    Il bombardamento dura 24 giorni, lanciando su Venezia mille proiettili al giorno che manderanno in rovina alcune case, palazzi e chiese.
    Muoiono di stenti e di colera 400 persone al giorno e si fa fatica a seppellirle tutte.
    Manin infine decide di trattare inviando un messaggio al ministro Bruck. La risposta fu:”Troppo tardi, vogliamo la resa”.
    Venezia cade e le truppe austriache entrano di nuovo in città mentre una loro nave si piazza di fronte alla Dogana, sul Canal Grande.
    La città è sfinita, gli austriaci vi domineranno per 7 anni.
    Nel 1861 viene proclamato a Torino il primo Parlamento italiano con a capo re Vittorio Emanuele
    Un anno dopo egli dichiarerà la terza guerra d’indipendenza che vede gli italiani alleati della Prussia contro l’Austria.
    Con la pace di Vienna l’Austria cederà il Veneto a Napoleone III che lo passa all’Italia
    Il 16 ottobre 1866 le truppe italiane entrano a Venezia e due giorni dopo c’é il falso plebiscito per chiedere ai Veneti l’annessione l’esito del quale spingerà poco dopo altra gente a lasciare la loro casa per cercare fortuna in terre lontane .

    parz. tratto Da:”Storia di Venezia” di P.Scandaletti
    Dal post Facebook “Veneti nel tempo”

  10. PASTA E FAGIOLI – PASTA E FASIOI
    📍Verona e dintorni

    “Pasta e fasoi” è un piatto gusto robusto e nutriente, diffuso ovunque come una pietanza semplice di origine contadina: sembra che l’origine provenga dalla provincia di Verona.

    E’ una pietanza che affonda le proprie radici subito dopo la fine del Medioevo: l’uso di abbinare e cuocere insieme fagioli e pasta risale probabilmente a un periodo di poco successivo allo sbarco del fagiolo qui da noi.

    Esso venne portato dall’America intorno al 1530 (Colombo è stato il primo ad imbattersi in questo legume e portato in Europa, venne regalato a Papa Clemente VII il quale lo donò a sua volta a Giovan Pietro delle Fosse umanista veneto) insieme ad altre nuove colture come pomodori e peperoni. Venne seminato e in breve tempo diventò uno dei protagonisti della dieta di molte persone, grazie alle sue eccellenti proprietà nutritive.

    La ricetta nostrana, però, presenta alcune particolarità che meritano di essere riscoperte: sua particolarità è che ai fagioli e alla pasta (generalmente bigoli, tagliatelle o ditalini) si aggiunge la cotica di maiale, in modo da irrobustire il tutto e da poterlo servire con del buon vino.

    A celebrazione di questo gustosissimo primo piatto, il nostro indimenticato Lino Toffolo nel 1984 ne intitolò una canzone.
    Da un post Facebook di “Anima Veneta”

  11. CURIOSITÀ: I “BAICOLI”: così si chiamavano a Venezia, certi cefali e i piccoli branzini e da essi hanno tratto il nome i famosi biscotti veneziani, che vorrebbero assomigliare, per la loro forma, ad un pesce…
    E. Zorzi “Osterie veneziane”.
    Foto di Emilio Colussi

    Da un post Facebook “Veneti nel tempo” A. Todesco

  12. La festa del 2 giugno ricorda la vittoria repubblicana al referendum del 2-3 giugno 1946 e la nascita della Repubblica Italiana.
    A onor del vero, però, si dovrebbe parlare di seconda repubblica italiana, visto che la prima nacque il 26 gennaio 1802 a Lione quando i deputati della Repubblica Cisalpina proclamarono la trasformazione della stessa in Repubblica Italiana, con presidente Napoleone Bonaparte, vice presidente il nobile lombardo Francesco Melzi d’Eril.
    In quella stessa data fu votata la costituzione di 128 articoli che prevedeva un governo di sette ministri fra i quali vanno ricordati Ferdinando Marescalchi, Alessandro Trivulzi e quel Giuseppe Prina che fu linciato dai milanesi inferociti il 20 aprile 1814; fra le riforme portate avanti dal primo governo della Repubblica Italiana vanno ricordate la coscrizione obbligatoria e la creazione delle prefetture (pensate un po’ che conquiste …)
    La bandiera fu il tricolore, naturalmente, in una forma che ricorda l’attuale stendardo del presidente della Repubblica (lascio agli studiosi di bandiere ,vessillologi, ogni valutazione del caso); in un secondo momento fu individuata la festa nazionale della Repubblica Italiana: il 26 giugno.
    Il territorio fu diviso in dodici dipartimenti:
    Agogna (con capoluogo Novara), Alto Po (Cremona), Basso Po (Ferrara), Crostolo (Reggio Emilia) , Mella (Brescia), Lario (Como), Mincio (Mantova), Olona (Milano), Panaro (Modena), Reno (Bologna), Rubicone (Cesena), Serio (Bergamo).
    La Repubblica Italiana durò fino al 17 marzo 1805 quando nacque il regno d’Italia (napoleonico); pochi giorni dopo, il 26 maggio, nel Duomo di Milano Napoleone fu incoronato re d’Italia e il regno d’Italia (napoleonico) durò fino alla caduta di Napoleone ( 25 maggio 1814); interessante sottolineare come entrambi i regni d’Italia, quello del 1805 e quello del 1861 nacquero il 17 marzo … pura casualità o una precisa volonta’ ?
    Diversi studiosi considerano la Repubblica Italiana e il regno d’Italia (napoleonici) l’embrione dello stato unitario italiano, e questo potrebbe spiegare la non esaltante situazione attuale … con simili padri …
    Posso capire che sia …imbarazzante ricordare tutto questo … la Repubblica Italiana che nasce a Lione e il primo presidente un figuro come Napoleone, ma questo è quanto avvenne nei primi anni dell’ottocento; ma c’è anche chi ne va orgoglioso come l’allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini, che nel volume della mostra “Napoleone e la Repubblica Italiana” ricorda:
    “Il primo Stato che ebbe il nome di Repubblica Italiana non è quello istituito dal referendum del 1946, ma quello nato per volere di Napoleone giusto due secoli fa, nel 1802”.

    Ettore Beggiato

    http://www.serenissima.news
    Dal post di “Veneti nel tempo”

  13. COSA SI MANGIAVA E COME SI COLTIVAVA NEL MEDIOEVO? UN VIAGGIO NELLA PIANURA PADANA E A VERONA
    ​Immaginiamo per un attimo la Pianura Padana e le campagne che circondavano Verona mille anni fa. Niente distese di mais o pomodori (che sarebbero arrivati solo dopo la scoperta dell’America!), ma un panorama agricolo dominato dalla necessità di sopravvivere, conservare e, quando possibile, commerciare.
    ​La gestione della terra e la scelta di cosa coltivare rispondevano a regole ferree, dove la convenienza e la resistenza dei prodotti facevano la differenza tra l’abbondanza e la carestia.
    ​IL COMMERCIO AGRICOLO: PREFERENZA PER IL MARE
    ​Nel Medioevo, le distanze tra le zone di produzione e quelle di consumo erano spesso notevoli. Il trasporto via mare o fluviale era di gran lunga il più importante per i cereali, perché molto più facile e meno costoso di quello terrestre.
    ​Questo creava un paradosso: città marinare con un entroterra poverissimo (come Genova) erano spesso meglio approvvigionate e più al sicuro dalla fame rispetto ai centri dell’entroterra, anche se questi ultimi erano circondati da campagne intensamente coltivate. Il volume degli scambi, infatti, era strettamente legato alla densità demografica e al grado di “urbanizzazione” delle città. Dati i bassi rendimenti della terra dell’epoca, persino un vasto territorio faticava a raggiungere l’autosufficienza in annate normali.
    ​ ORTI MEDIEVALI: LA LEZIONE DI CARLO MAGNO
    ​Ma cosa finiva di preciso sulle tavole dei nostri antenati nella pianura veronese? Le erbe officinali e gli ortaggi (olera) venivano distinti semplicemente in:
    ​Erbe (Herbes): la parte commestibile si sviluppava sopra terra.
    ​Radici (Radices): la parte commestibile cresceva sotto terra.
    ​Già nel famoso Capitulare de Villis, Carlo Magno aveva elencato ben 72 piante obbligatorie per gli orti imperiali, divise in tre grandi categorie:
    ​Alimentari: fagioli “dall’occhio”, ceci, fave, piselli, meloni, zucche, lattuga, carote, cavoli, cipolle, aglio e persino gli spinaci.
    ​Medicinali (e aromatiche): salvia, rosmarino, ruta, cumino, anice, menta, senape, prezzemolo e zafferano, usatissimi anche in cucina come aromatizzanti.
    ​Industriali: piante fondamentali per l’economia tessile, come la robbia (per tingere i tessuti) e il cardone (usato per cardare la lana).
    LE COLTIVAZIONI “CONVENIENTI” E IL RUOLO DELLA RAPA
    ​Nelle campagne padane e veronesi la vera parola d’ordine non era la varietà, ma la convenienza. Si puntava tutto su specie resistenti e facili da conservare:
    ​Porri, Aglio e Cipolle: il gruppo di ortaggi più diffuso in assoluto, grazie alla loro straordinaria facilità di conservazione. L’aglio, inoltre, era un pilastro della medicina medievale.
    ​Cavolo e Rapa: la base insostituibile delle zuppe quotidiane. In particolare, la rapa era la regina dei campi: richiedeva pochissime cure, offriva una resa altissima, si conservava a lungo e sfamava intere famiglie. La sua raccolta era una delle scadenze più importanti del calendario agricolo per la sopravvivenza dei ceti rurali.
    ​E la frutta? Dimenticate i frutteti moderni ordinati. Nel Medioevo i frutteti autonomi erano rarissimi: alberi da frutto, viti e cereali venivano coltivati tutti insieme, mescolati promiscuamente all’interno dello stesso campo o nei piccoli orti cittadini.
    ​Un affascinante spaccato di storia che ci aiuta a capire come si è evoluto il nostro territorio e la nostra tradizione culinaria!

    Da un post Facebook di ” Verona storie di luce
    ​ Ricerca a cura di Matteo Faustini
    ​#PianuraPadana #Verona #StoriaMedievale #AgricolturaMedioevo #StoriaDiVerona #TradizioniVeronesi #Medioevo #ArcheologiaArborea #StoriaDelCibo #CarloMagno #CampagnaVeronese #AntichiSapori #CulturaLocale #MatteoFaustini

  14. LA TRISTE FINE DEL BUCINTORO

    Oggi in “Canalatho” sfilerà il corteo storico, in testa al corteo come sempre ci sarà una disdottona (18 remi) con le sue trombe e i suoi armigeri a simulare il glorioso bucintoro per la gioia dei turisti venuti a Veneland da tutto il mondo, per vedere un falso doge. Ci saranno anche 4 regate con imbarcazioni veneziane ( pupparini, mascarete, caorline e gondolini) tutto in perfetto clima Veneland …

    Invece colgo l’occasione per ricordare che nel 1719 venne posata la chiglia di un nuovo Bucintoro che toccò l’acqua nel 1727, e un vero Doge, Alvise Mocenigo III, lo utilizzò ufficialmente per la festa della Sensa del 1728. Questo fu ultimo Bucintoro (lungo m. 34,8 largo m. 7,3 alto m. 8,35) col quale venne celebrato anche l’ultimo rito dello Sposalizio della Repubblica con il mare Adriatico, nel 1796.
    Bucintoro che nel momento drammatico in cui le truppe francesi lasciarono Venezia, ceduta all’Austria in seguito al “pactum sceleris” passato alla storia come trattato di Campoformido, nei primi giorni del gennaio 1798, dopo averlo smenbrato a colpi di scure e privato di tutti gli intagli e delle statue dorate, il Bucintoro venne dato alle fiamme, che arsero il naviglio per tre giorni consecutivi per ricavarne l’oro.
    Del Bucintoro si salvo solo scafo, che in seguito armato con qualche cannone e ribattezzato “Idra” venne posto dagli austriaci all’imboccatura del porto di Malamocco, fino a quando venne riportato in Arsenale dove fu completamente demolito nel 1884. Evidentemente il Regno d’italia, 3° usurpatore della Repubblica Veneta, non aveva alcun motivo di salvarlo per lasciarlo posteri.
    ELIO COSTANTINI
    Da un post Facebook “Veneti nel tempo”

  15. GLI OCCHIALI DA SOLE DEL DOGE
    Le vetrerie di Murano hanno prodotto le prime lenti per ripararsi gli occhi dal sole. Queste lenti, di colore verde e sottoforma di occhiali o di “specchi” trasparenti, venivano usate durante i trasferimenti in gondola per le dame o per i bambini. Da recenti studi è risultato che le lenti originali del Settecento hanno una grande proprietà di filtraggio per i raggi UV, notoriamente nocivi per gli occhi e questo è molto interessante, in quanto i raggi UV sono stati scoperti soltanto il secolo successivo.

    I primi, veri occhiali (detti “roidi da ogli”) appaiono solo alla fine del Duecento, quando finalmente si capì che per correggere i difetti della vista bisognava porre le lenti davanti agli occhi, e non (come si opera con le lenti di ingrandimento) sopra l’oggetto da guardare. A Venezia, nell’anno 1300, per la prima volta si dà conto dell’esistenza di un artigianato vetraio, allorché viene formalizzata una serie di norme appunto della corporazione degli artigiani vetrai. Le lenti (convesse) erano fatte in cristallo di rocca o in berillo e i primi occhiali erano costituiti da due lenti rotonde cerchiate di cuoio, riunite da due piccoli segmenti che permettevano di assestarle, più o meno bene, a cavalcioni sul naso. Il difetto che si correggeva era la presbiopia dei vecchi.
    Nel successivo Quattrocento, ecco comparire anche le lenti concave per i miopi e, contemporaneamente, il sistema (un’asola di cuoio passante fin dietro le orecchie) per inforcarle senza pericolo di perderle.
    E’ solo a far luogo dal XVI secolo, però, che – migliorate le montature – gli occhiali diventano un accessorio per tutti e non solo per nobili ed ecclesiastici.

    Da muranoglass
    Da un post Facebook di “Venezia …insolita”

  16. 12 MAGGIO 1797

    229 anni fa, Il Maggior Consiglio di Venezia si riunì per l’ultima volta: in questa sessione il Doge in carica Lodovico Manin esortò i nobili veneziani a proclamare la resa della città alle truppe napoleoniche.
    Adducendo come scusa la preoccupazione per l’incolumità della popolazione, la capitolazione fu approvata: dopo 1100 anni di Repubblica, cadde la maggior potenza navale europea nonché una delle repubbliche più longeve….. la “Serenissima”
    Da un post di “Anima Veneta”

  17. LA TORTA DELLE ROSE

    Oggi non si può fare altrimenti: in pratica, un dolce per la mamma al posto dei fiori.

    Le sue origini storiche risalgono alla fine del XV secolo quando la torta delle Rose fu ideata in occasione delle nozze tra Francesco II di Gonzaga e Isabella D’Este: fu talmente apprezzata da tutti gli invitati dell’epoca che da quel momento entrò a far parte della cultura gastronomica mantovana e ancora oggi è riproposta secondo l’antica ricetta.

    Trattasi di un dolce di pasta lievitata assomigliante alla brioche, che viene farcita con una crema di burro e zucchero, l’impasto viene arrotolato e poi tagliato a pezzetti che assumono una forma di “boccioli di rose”.

    Col passare dei secoli è riuscita ad affermarsi un po’ in tutta la penisola: oltre che nel mantovano, è assai diffusa anche nel bresciano (ex terra marciana) e più generalmente in tutta la zona del Garda.

    Venne battezzata con questo nome (a forma a boccioli di rosa) dai pasticceri di corte: rappresentava in toto il fiorire della bellezza di Isabella, all’epoca soltanto sedicenne.

    👉RICETTA👈
    2 uova
    100 gr di burro
    130 ml di latte
    500 gr di farina
    120 gr di zucchero
    scorza di un limone
    1 bustina di lievito di birra
    1 bustina di vanillina
    un pizzico di sale
    120 gr di zucchero
    120 gr di burro

    Sbriciolate il lievito nel latte tiepido con lo zucchero, versarlo nella fontana creata con la farina sulla spianatoia e aggiungervi le uova, il burro (o l’olio) e la vaniglia (o la vanillina). Impastare il tutto lungamente e portare l’impasto ottenuto in una zuppiera molto capiente a fare lievitare per almeno 2 ore (tenere presente che l’impasto dovrà raddoppiare).
    Riprendere l’impasto e stenderlo con il mattarello ad uno spessore di circa ½ centimetro di forma rettangolare. Spalmare la sfoglia così ottenuta con una crema ottenuta mescolando per bene burro e zucchero.
    Arrotolare dalla parte più lunga e tagliare il rotolo in 7 pezzi. Imburrare e infarinare una tortiera del diametro di 28 cm e mettere all’interno di essa, cominciando dal perimetro, le rose di pasta, lasciando qualche cm di spazio tra di esse. Terminato l’esterno, porre anche al centro rose di pasta e poi mettere a lievitare per almeno 1 ora nel forno spento, ma con la luce accesa; quando le rose avranno raddoppiato il loro volume e si saranno attaccate, spennellarle con il tuorlo sbattuto assieme alla panna.
    Infornate in forno già caldo a 180° per circa 45-50 minuti (quello ventilato abbassare a 160° la temperatura del forno). Controllate la doratura spesso, prima che sia troppo tardi!
    Sfornarla e lasciarla intiepidire: a scelta, spolverizzare di zucchero a velo.
    Da un post Facebook del gruppo “Anima Veneta”

  18. La forchetta: uno strumento “diabolico”.
    La forchetta fu introdotta a Venezia intorno all’anno 1000, portata da Costantinopoli da principesse bizantine che andando in spose ai figli dei Dogi, portarono con sé questa raffinata abitudine.
    Nel 1004, Maria Argyropoulina, nipote dell’imperatore Basilio II e sposa di Giovanni Orseolo (figlio del doge Pietro II Orseolo), lasciò di stucco la corte veneziana durante il banchetto nuziale estraendo un “piròn” (dal greco peiro, “infilzare”) d’oro a due rebbi per mangiare, anziché usare le mani.
    Teodora Anna Doukaina nel 1071 sposò il doge Domenico Selvo, usando la forchetta suscitó lo sdegno tra i contemporanei per le sue abitudini considerate troppo vezzose.
    L’uso della forchetta fu duramente condannato dalla Chiesa, San Pier Damiani criticò aspramente la principessa Maria, sostenendo che l’uso della forchetta fosse un’offesa alla creazione divina, poiché Dio aveva dato all’uomo le dita per mangiare. Quando Maria morì di peste pochi anni dopo, molti lo interpretarono come un castigo divino per la sua vanità.
    Nonostante tutto, verso la fine del 1300, i mercanti veneziani iniziarono a portare con sé set di posate in astucci chiamati cadena.
    La forchetta è passata da due rebbi (epoca bizantina/veneziana, XI secolo) a tre, e infine quattro nel 1770 a Napoli. Presso la corte di Re Ferdinando di Borbone, il ciambellano Gennaro Spadaccini ebbe l’idea di creare una forchetta più corta di quella esistente, meno appuntita e soprattutto con 4 rebbi per agevolare il re e i cortigiani a mangiare gli spaghetti.
    Nelle altre corti d’Europa si continuò a mangiare con le mani.
    Anna Maria d’Austria la bandì addirittura dalla tavola nel 1629.
    Luigi XIV, pur essendo un sovrano raffinato, preferiva pulirsi le dita nelle salviette o sulla tovaglia, usando forchette solo per occasioni speciali fino al 1684, quando il suo uso iniziò a diffondersi tra i cortigiani.
    Alla corte inglese la forchetta era vista come un’eccentricità “effeminata” o un’inutile raffinatezza straniera.
    Nella foto: Coltello, forchetta e cucchiaio XVI secolo, in argento, oro e cristallo di rocca, presso il Museo Correr, Musei Civici Veneziani, Venezia.

    Dal post Facebook “Venezia storia e storie”

  19. Dal gruppo facebook “Veneti nel tempo”

    NELLA GIORNATA DEI LAVORATORI RICORDIAMO CHE: Nel 1396, a Venezia, le leggi sul lavoro minorile vengono ampliate per evitare che i bambini fino all’età di 13 anni svolgano lavori pericolosi. Sarà l’ultima legge sul lavoro minorile in Europa fino alla metà del XIX secolo.

    In foto un’opera del Canaletto
    A.Todesco

  20. Da ” Le storie di Verona, storie di luce ” (facebook)

    Cosa c’è in un nome? Il linguaggio segreto degli Scaligeri

    ​Nella Verona del Trecento, dare un nome a un figlio non era solo una questione di tradizione, ma un vero e proprio atto politico e di profonda stima.

    ​L’analisi della corte di Cangrande I e Mastino II ci rivela un dettaglio affascinante: la scelta dei nomi per i figli (soprattutto quelli illegittimi) serviva a suggellare legami indissolubili con i collaboratori più fidati.

    ​Curiosità e Coincidenze Onomastiche:

    ​ Cangrande I e Ziliberto: Cangrande scelse il nome Ziliberto per un suo figlio illegittimo, omaggiando il suo socius borgognone Ziliberto. Un gesto di alta considerazione che legava la famiglia del Signore a quella del suo collaboratore.

    ​ Mastino II e Fregnano: Mastino chiamò il suo primogenito illegittimo (e preferito) Fregnano, lo stesso nome di un importante esponente dei da Sesso, famiglia allora ai vertici del potere.

    ​ I Nogarola e gli Scaligeri: Il legame con la famiglia Nogarola era così stretto che i nomi si intrecciavano: troviamo un Cagnolo Nogarola che richiama la simbologia canina della Scala, e una Lucia Cagnola, figlia di Cangrande.

    ​Spinetta Malaspina: Anche i grandi alleati seguivano questa moda. Spinetta chiamò uno dei suoi figli Borraccio, riprendendo il nome di Borraccio Gangalandi, autorevole cavaliere fiorentino attivo a Verona.t

    ​Mentre per i figli legittimi si seguiva la rigida tradizione familiare, per gli altri la scelta del nome diventava un modo per onorare la solidarietà, la consuetudine e la fiducia tra i Signori e i loro milites.

    ​Accanto ai nomi celebri come i Castelbarco, i Bevilacqua, i Cavalli e i Dal Verme, la storia di Verona si scriveva anche attraverso questi piccoli, grandi segni di amicizia personale.

    ​📖 Fonte: Gli Scaligeri 1277-1387

    ​#Verona #Scaligeri #Cangrande #MastinoII #StoriaDiVerona #Medioevo #NomiStorici #CuriositàStoriche #DellaScala #CulturaVeneta #Hashtag

  21. Da “Il Cuore Veneto”

    𝑳𝑶 𝑺𝑨𝑰 𝑫𝑨 𝑫𝑶𝑽𝑬 𝑫𝑬𝑹𝑰𝑽𝑨 “𝑭𝑨𝑹 𝑴𝑼𝑺𝑰𝑵𝑨”?

    A Venezia le “musine” erano i tombini che servivano a convogliare l’acqua piovana nelle cisterne poste al di sotto dei pozzi sempre presenti in ogni campo o campiello.
    L’acqua dolce era un bene molto prezioso a Venezia e l’espressione “far musina” deriva proprio da questo sistema di approvvigionamento che permetteva di raccogliere l’acqua piovana.
    Al centro del campo la “vera da pozzo” era una sorta di protezione attorno all’apertura del pozzo di acqua dolce proteggeva da possibili cadute e dove si poteva ancorare la carrucola per attingere l’acqua.
    La musina poi è venuta ad indicare il salvadanaio dove mettere le monete.
    Quindi “musina” è ciò che consente di raccogliere e proteggere qualcosa di prezioso: acqua o schei che siano.
    Alberta Bellussi

  22. 𝑳𝑶 𝑺𝑨𝑰 𝑪𝑯𝑬 𝑰𝑳 𝑽𝑬𝑵𝑬𝑻𝑶 𝑯𝑨 𝑳’𝑼𝑵𝑰𝑪𝑨 𝑩𝑨𝑵𝑫𝑰𝑬𝑹𝑨 𝑨𝑳 𝑴𝑶𝑵𝑫𝑶 𝑪𝑶𝑵 𝑳𝑨 𝑺𝑪𝑹𝑰𝑻𝑻𝑨 “𝑷𝑨𝑪𝑬”

    Il Veneto ha l’unica bandiera al mondo che riporta la scritta PACE.

    Una bandiera che ha 15 secoli e che era la bandiera della prima grande REBUBBLICA della storia; esempio di intelligenza, apertura, lungimiranza e ingegno. Repubblica che fu di ispirazione di molti stati moderni come gli Stati Uniti.

    Nel libro aperto, sotto la zampa del leone, c’è scritto: “𝑷𝑨𝑿 𝑻𝑰𝑩𝑰 𝑴𝑨𝑹𝑪𝑬 𝑬𝑽𝑨𝑵𝑮𝑬𝑳𝑰𝑺𝑻𝑨 𝑴𝑬𝑼𝑺-𝑷𝒂𝒄𝒆 𝒂 𝒕𝒆 𝑴𝒂𝒓𝒄𝒐, 𝒎𝒊𝒐 𝒆𝒗𝒂𝒏𝒈𝒆𝒍𝒊𝒔𝒕𝒂 “.

    Riferimenti chiari alla pace, alla fratellanza e al nostro essere cristiani.

    Mai come oggi abbiamo bisogno del messaggio riportato nella nostra storica bandiera.
    Alberta Bellussi

    Buon San Marco.🦁♥️🌹

    Dal post Facebook di Anima Veneta

  23. PROCLAMA PAR LA FESTA NASIONAL DEL POPOŁO VENETO
    Nel Dì de San Marco Evangelista e del Sacro Bòcoło Rosso d’Amore
    Popoło Veneto, scoltame.
    Te parlo col peto in fogo – un fogo che solo chi ga inte łe vene tremiła ani de Storia pol conosser. Ancuò, 25 Avril, ogni canpana, da ła goła de łe Dołomiti al respiro de ła Łaguna, no sona: ła tonà. Perché no festejemo na data. Sełebremo l’anema istesa de ła nostra çiviltà.
    No semo “abitanti”. Semo eredi. Eredi de na mision scominsià tremiła ani fa. Prima che Roma osasse solcar el Pałatin, i nostri pari Pałeoveneti gaveva za fato de sta tera el crocevia del mondo: inteleto, diplomasia, beléssa. Semo fiołi de Antenore, el troian che ga scelto ste acue par far nascer l’imortalità. Semo i discendenti de quei inzegneri che ga domà i fiumi, ga trasformà el fango in na Repùblega – e ga sfidà inperi e secołi.
    El mondo ne varda. El vede el nostro marmo, i nostri cołori, i nostri cieli depenti. Ma no el vede el muscoło che i ga sculpìi. El Veneto no ga mai inparà ła parola resa.
    Abia el coreso de scoltar sti nomi:
    Andrea Paładio – che ga scrito łe leji de l’armonia universałe.
    Scamozzi, Sansovino, Longhena – che ga fato ogni piera monumento.
    Fra Giocondo e Joani Poleni – che ga salvà ła cupoła de San Piero co ła forsa pura del calcóło.
    Nisuna tera ga domà ła luse come noialtri.
    Tizian, el pitor dei inperatori.
    Tintoreto, ła furia divina.
    Veronese, ła magnificensa.
    Zorzon, el mistero.
    Bellini, Tiepoło – e po’ Canova, che ga s-ciapà el marmo e ghe n’ha fato carne viva.
    Canałeto – che ga fermà el tempo su ła nostra łaguna.
    Ma el genio veneto xe, sora de tuto, inteleto sovran.
    Goldoni ga butà zoso łe maschere del mondo.
    Casanova ga sfidà ogni convenzion.
    Foscolo ga cantà ła nostra identità co versi de fogo.
    Bembo ga fissà łe regole de ła łéngua.
    E po’: ła prima donna łaureada al mondo – Elena Lucrezia Cornaro Piscopia.
    Paolo Sarpi – ła laiçità come spada.
    Esploradori: Marco Polo, Alvise Cadamosto, Joani Caboto – fin ai confini de ła tera.
    Siensa: Spallanzani, Morgagni – e ai nostri dì Federico Faggin: el microprocesor. El nostro inzegno bate inte el core de ogni computer del pianeta.
    Ancuò, parò, ricordemo el gesto pì alto: el Bòcoło.
    Tancredi xe cascà in tera lontana par onorar Venesia. E ga afidà a un fior tinto del so sangue l’ultimo s-ciao d’amor par ła so Vulcana. Quela rosa rossa xe el nostro core. Un core che sa dar co ła forsa del Leon – e amar con dedision asołuta.
    El Veneto xe forsa e tenerezza. Spada e rosa. Leje e poesia.
    E lo gavemo difeso col sangue:
    Enrico Dandolo, Sebastiano Venier (Łepanto!), Marcantonio Bragadin (martir!), Bartolomeo Cołeoni.
    Gavemo insegnà a l’Eoropa ła democrasia del Major Consejo, ła dignità del laoro, el vałor asołuto de ła Libertà.
    E łe nostre invension ga canbià el mondo:
    Ła Quarantena. I ociałi. El breveto. ła partida dopia. El libro da scarsela de Aldo Manuzio.
    Drìo su, Popoło Veneto.
    Inte łe toe vene core el sangue dei Dozi, dei navigadori, dei zeni che ga decifrà łe stéłe. La nostra storia no xe pólvere: xe corpo vivo. Xe el coreso de chi ogni dì onora sta tera col so tałento.
    Semo stai. Semo. Saremo senpre un popoło sovran del so destino.
    Un faro che nisuna tempesta spenjarà.
    Ogni rosa donada ancuò xe un zurameento.
    Ogni «Viva San Marco» xe un ato de libertà.
    Viva San Marco!
    Viva el Bòcoło d’Amore!
    Viva el Popoło Veneto!
    Viva ła nostra incoinçibiłe Libertà!
    Dà in Venesia, dì 25 Avril
    So Ecelensa
    Franco Paluan
    Presidente del Major Consejo

    PROCLAMA PER LA FESTA NAZIONALE DEL POPOLO VENETO
    Nel Giorno di San Marco Evangelista e del Sacro Bòccolo Rosso d’Amore
    Popolo Veneto, ascoltami.
    Ti parlo con il petto in fiamme – un fuoco che solo chi porta nelle vene tremila anni di Storia può conoscere. Oggi, 25 Aprile, ogni campana, dalla gola delle Dolomiti al respiro della Laguna, non suona: tuona. Perché non festeggiamo una data. Celebriamo l’anima stessa della nostra civiltà.
    Noi non siamo “abitanti”. Siamo eredi. Eredi di una missione iniziata tremila anni fa. Prima che Roma osasse solcare il Palatino, i nostri padri Paleoveneti avevano già fatto di questa terra il crocevia del mondo: intelligenza, diplomazia, bellezza. Siamo figli di Antenore, il troiano che scelse queste acque per far nascere l’immortalità. Siamo i discendenti di quegli ingegneri che domarono i fiumi, trasformarono il fango in una Repubblica – e sfidarono imperi e secoli.
    Il mondo ci guarda. Vede il nostro marmo, i nostri colori, i nostri cieli dipinti. Ma non vede il muscolo che li ha scolpiti. Il Veneto non ha mai imparato la parola resa.
    Abbi il coraggio di ascoltare i nostri nomi:
    Andrea Palladio – che scrisse le leggi dell’armonia universale.
    Scamozzi, Sansovino, Longhena – che resero ogni pietra monumento.
    Fra Giocondo e Giovanni Poleni – che salvarono la cupola di San Pietro con la forza pura del calcolo.
    Nessuna terra ha domato la luce come noi.
    Tiziano, il pittore degli imperatori.
    Tintoretto, la furia divina.
    Veronese, la magnificenza.
    Giorgione, il mistero.
    Bellini, Tiepolo – e poi Canova, che spezzò il marmo e ne fece carne viva.
    Canaletto – che fermò il tempo sulla nostra laguna.
    Ma il genio veneto è, sopra ogni cosa, intelletto sovrano.
    Goldoni abbatté le maschere del mondo.
    Casanova sfidò ogni convenzione.
    Foscolo cantò la nostra identità con versi di fuoco.
    Bembo fissò le regole della lingua.
    E poi: la prima laureata donna al mondo – Elena Lucrezia Cornaro Piscopia.
    Paolo Sarpi – la laicità come spada.
    Esploratori: Marco Polo, Alvise Cadamosto, Giovanni Caboto – ai confini della terra.
    Scienza: Spallanzani, Morgagni – e ai giorni nostri Federico Faggin: il microprocessore. Il nostro ingegno batte nel cuore di ogni computer del pianeta.
    Oggi, però, ricordiamo il gesto più alto: il Bòccolo.
    Tancredi cadde in terra lontana per onorare Venezia. E affidò a un fiore tinto del suo sangue l’ultimo grido d’amore per la sua Vulcana. Quella rosa rossa è il nostro cuore. Un cuore che sa colpire come il Leone – e amare con dedizione assoluta.
    Il Veneto è forza e tenerezza. Spada e rosa. Legge e poesia.
    E lo abbiamo difeso con il sangue:
    Enrico Dandolo, Sebastiano Venier (Lepanto!), Marcantonio Bragadin (martire!), Bartolomeo Colleoni.
    Abbiamo insegnato all’Europa la democrazia del Maggior Consiglio, la dignità del lavoro, il valore assoluto della Libertas.
    E le nostre invenzioni hanno cambiato il mondo:
    La Quarantena. Gli occhiali. Il brevetto. La partita doppia. Il libro tascabile di Aldo Manuzio.
    Ora alzati, Popolo Veneto.
    Nelle tue vene scorre il sangue dei Dogi, dei navigatori, dei geni che hanno decifrato le stelle. La nostra storia non è polvere: è corpo vivo. È il coraggio di chi ogni giorno onora questa terra con il proprio talento.
    Siamo stati. Siamo. Saremo sempre un popolo sovrano del proprio destino.
    Un faro che nessuna tempesta spegnerà.
    Ogni rosa donata oggi è un giuramento.
    Ogni «Viva San Marco» è un atto di libertà.
    Viva San Marco!
    Viva il Bòccolo d’Amore!
    Viva il Popolo Veneto!
    Viva la nostra incrollabile Libertà!
    Dato in Venezia, addì 25 Aprile
    Sua Eccellenza
    Franco Paluan
    Presidente del Maggior Consiglio

    CANDIDATURA DEL POPOLO VENETO AL PREMIO NOBEL PER LA PACE 2026

  24. IL CICISBEO
    📍Settentrione

    Definito anche “cavalier servente”, era tendenzialmente una figura marginale appartenente all’aristocrazia, che aveva come compito quello di accompagnare una nobildonna sposata in occasioni mondane: essendo un giovane aristocratico decaduto, intraprendeva questa carriera di servizio presso una dama per fruire di un lusso e un’agiatezza che altrimenti non gli sarebbero mai stati possibili.

    Egli si arrogava il compito di servire e accompagnare la nobili presso feste, teatri, ricevimenti, compere, visite, giochi e assisterla durante le incombenze personali. Doveva passare con lei gran parte della giornata e doveva elogiarla, sedersi accanto a lei durante pranzi e cene, accompagnarla e dilettarla nelle passeggiate e nei giri in città. Era richiesta di avere una certa avvenenza e buona educazione, di essere spiritoso e un ottimo affabulatore.

    Poiché il matrimonio era, prima ancora che un auspicabile vincolo di affettività anche solo sporadica, un contratto economico, il cicisbeo non poteva che essere in buoni rapporti col marito della donna che serviva; era infatti una prassi consolidata quella di avere un proprio cicisbeo che entrava in questo modo nel nucleo familiare.

    Questa figura ha avuto, soprattutto a Venezia, un ruolo chiave e molto importante tra il 1600 ed il 1700.

    Da un post Facebook di “Anima veneta”

  25. 17 MARZO: FESTA DELL’UNITÀ… MA NON DEI VENETI

    Il 17 marzo viene celebrato come festa dell’Unità d’Italia.

    📌 Ma è bene ricordarlo: nel 1861 il Veneto non faceva parte di quello Stato. Il Regno d’Italia proclamato a Torino con re Victor Emmanuel II riguardava altri territori della penisola. Il Veneto sarebbe stato annesso solo nel 1866, dopo una guerra persa sul campo e risolta diplomaticamente.

    📌 Dunque più che una festa veneta, il 17 marzo è una ricorrenza dello Stato italiano nato sotto i Savoia.
    E la scelta della data è tutt’altro che innocente.

    📌 Il 17 marzo 1805 Napoleon Bonaparte si incoronò Re d’Italia dopo aver conquistato militarmente buona parte della penisola con le sue armate. Un re nato da una conquista.

    📌 Cinquantasei anni dopo, il 17 marzo 1861, un altro sovrano veniva proclamato re su gran parte della penisola: il piemontese Vittorio Emanuele II.

    📌 Due regni diversi, ma lo stesso schema: nuovi Stati costruiti dall’alto e imposti ai territori italiani.

    📌 E c’è anche un’altra ironia storica.
    Dal 2011 il 17 marzo è stato collegato alla celebrazione della bandiera tricolore, simbolo nazionale. Eppure quel tricolore nacque nelle repubbliche giacobine create sotto la protezione e il collaborazionismo con l’esercito francese, cioè proprio nell’epoca dell’occupazione napoleonica.

    📌 Insomma, una festa nazionale che ricorda uno Stato nato senza il Veneto e una bandiera nata nel clima politico delle occupazioni francesi.

    📌 Una data celebrata come simbolo di unità, ma che racconta una storia molto più complessa e, per molti territori, tutt’altro che condivisa.

    #17marzo #UnitàdItalia #StoriaVeneta #Risorgimento #Napoleone #Tricolore #MemoriaStorica

    Post di Marco Honor Fidelitas Fornaro

  26. BOMBE SUL VENETO…Anche la seconda Guerra Mondiale colpisce duramente la gente del Nordest la quale vive l’esperienza tremenda dei bombardamenti aerei, che colpiscono duramente anche dopo la caduta del regime, anche dopo l’armistizio che pone fine alla guerra dell’Italia contro gli alleati ed instaura di fatto l’occupazione militare germanica su gran parte del territorio italiano. L’aviazione alleata, infatti, non guarda per il sottile quando si tratta di colpire nodi stradali o ferroviari, insediamenti di industrie belliche, luoghi di concentramento di truppe nemiche. Ma non si è mai capita fino in fondo la ragione dei tre spaventosi bombardamenti del 7 aprile e del 14 maggio 1944, e del 13 marzo 1945, che hanno distrutto gran parte la città di Treviso.
    Milleseicento morti, gravissime ed insanabili ferite al patrimonio storico-artistico. Padova cambia volto, scompaiono per sempre intere zone urbane, Verona subisce più di quaranta bombardamenti: la sera del 23 febbraio 1945 i cittadini vedono in fiamme il municipio e la splendida sala del teatro Filarmonico; il tenente Agostino Montagnoli tornando a casa a fine aprile annota: “Quando sono arrivato sullo stradone di Santa Lucia, mi sono guardato attorno e vedevo solo macerie”.

    Le bombe colpiscono anche città e cittadine di minor importanza, e lasciano segni persino in aperta campagna.

    Da un post “Veneti nel tempo”
    autore A.Todesco

    A guerra finita, i veneti si ritrovano, contano i morti, guardano le rovine delle loro città e riprendono il lavoro…

    Lib tratto da: Alvise Zorzi “San Marco per sempre”
    In foto (di I.Furlan) Treviso

  27. “IL CORNO DOGALE, SIMBOLO DEL POTERE DI VENEZIA…
    Quando Giovanni II Particiaco, nell’887, aveva trasmesso a Pietro I Candiano i simboli del potere, gli aveva passato la spada, lo scettro e il seggio. In seguito si sarebbe avuto un cerchio d’oro intorno al berretto, poi la corona preziosa intorno al corno di broccato d’oro, poi il camauro (cuffietta bianca), poi l’ombrello in tessuto d’oro, la ricchissima veste lavorata essa pure in oro, le scarpe nere con punti di porpora e oro, le calze rosse, le trombe d’argento, vessilli e stendardi, il Bucintoro e via dicendo. Spada e scettro furono dismessi ma il copricapo del capo dello stato si evolse nel tempo..
    Il cerchio d’oro a contornare l’antico berretto Ducale tronco-conico a calotta (di matrice bizantina), è attestato con sicurezza dalla seconda metà del XIII secolo. Mano a mano che a questo vecchio copricapo si affiancava, almeno dai tempi di Jacopo Tiepolo (1300) quello nuovo, a forma di corno, (la bareta) crescevano anche la ricchezza e la preziosità dell’ornamentazione. L’ esemplare da cerimonia, quello usato per l’incoronazione e le grandi solennità , diventava la zoja, la gioia per antonomasia.
    È quella che Martino da Canal ricorda come “corone d’or a pieres precioses”. Già i più antichi mosaici marciani raffiguranti il doge mostrano, oltre al cerchio d’oro, un’ornamentazione di pietre e metalli preziosi.
    Nel 1245 è ricordata la “zoja cum perlis magnis” di Jacopo Tiepolo. Quella di Francesco Dandolo nel 1329 aveva perle, balasci (rubini tendenti al giallo), smeraldi e uno zaffiro da 30 carati. Quando venne eletto Andrea Contarini nel 1368, era entrato in vigore un decreto che imponeva di alleggerire la zoja rendendola meglio portabile; ma non per questo doveva scendere di pregio.
    Nel 1493 il Senato deliberava un ulteriore arricchimento della “prima delle insegne dello stato”: i Procuratori di San Marco ricevevano mandato di aggiungervi “smeraldi ed altri gioielli, e ” quel rubino e quel diamante che furono comperati al Cairo e che sono in loro custodia””. Allorché tra il 1555 e il 1557 si provvide una volta ancora a rinnovarla, le pietre preziose della vecchia “zoja” furono stimate a ben 10.000 ducati, ma quelle della nuova ammontavano ben oltre i 10.000: una settantina di pietre, tra le quali un rubino “in cuogolo” (non sfaccettato) da 11 carati che da solo valeva 25.000 ducati, uno smeraldo da 20 carati, un diamante da 11 carati, e 24 “peri di perla” (perle a goccia).

    Da: “Dogi di Venezia” G. Ortalli
    Foto dal web”
    Facebook, dal gruppo “Veneti nel tempo”, autore A.Todesco

  28. MAMOLE & BERTONI…Venezia era la città dove lo straniero, compatibilmente con i tempi, poteva trovare le migliori comodità e con esse anche i piaceri più perversi, a volte combattuti e a volte tollerati dalla legge.
    Una legge del 22 maggio 1439, proibisce agli alberghi di offrire ai clienti “femmine di rea vita”, ma altre leggi, fin dal 1226, riconoscevano le meretrici “omnio necessarie in terra ista” ordinando però che non potessero abitare in case private di cittadini veneziani e fossero confinate a San Matteo di Rialto, in un luogo chiamato “Casteleto”.
    Alle prostitute era concesso, durante il giorno, di aggirarsi nei pressi di Rialto, ma verso sera, al tocco della prima campana di San Marco, tutte dovevano ritirarsi dentro al Casteleto.
    Col tempo però le meretrici si sparsero per altri luoghi, in particolare nella contrada detta “Carampane” a San Cassiano.
    Nel 1416 si obbligarono “meretrices et similiter rufiane”, a portare, quando si recavano in giro per la città, un fazzoletto giallo come segno di riconoscimento. Tale ordine venne però revocato nel 1421.
    Più disprezzati in città erano i “bertoni”, cioè gli sfruttatori delle prostitute per cui, con una delibera della Quarantia risalente al 15 luglio del 1423, si cercò di togliere loro la possibilità di guadagnare attraverso la prostituzione: “i cual berthoni schuodeni mamole…et tiene nel Casteleto et manzali tuto cueo le vedagna”.
    Malgrado i provvedimenti, il turpe mercato di questi uomini abbietti, tra i quali figuravano parecchi avventurieri inglesi e francesi, non muterà mai attraverso i secoli. Le mamole si obbligavano con le “matrone” o padrone di case di tolleranza, di prestare i loro servigi e i bertoni riscattavano (schuodevano) le mamole, pagando alle matrone una certa somma. Le mamole, a loro volta, non potevano nemmeno tentare di liberarsi dei bertoni perché in tal caso avrebbero dovuto rimborsare la somma pagata alle matrone per il riscatto. La vita di queste sfortunate la possiamo indovinare attraverso le ordinanze e i provvedimenti del Governo, o attraverso la pietà di qualche benefattore come quel Bartolomeo Verde, che nel 1353 fece costruire un ospizio per quelle peccatrici che volevano “redire ad penitentiam et contricionem”.
    Erano ancora lontani i tempi in cui le cortigiane veneziane sarebbero divenute muse dell’arte e donne di cultura.”

    Molmenti e altre fonti
    Foto di : ” dal Veneto al mondo”
    Da Facebook, autrice del post : Antonella Todesco

  29. Major Consiglio. BON CÀO DE ANO, VENETI!
    1° MARSO: El nòstro Capodanno de ‘na vòlta
    BÀTAR MARSO: Paràr via el vècio, ciamàr el novo!
    Secondo l’antìgo calendàrio de la Serenìsima e dei nòstri vèci, l’ano scomisiava col primo de Marso. L’era el risvejo de la natura, la fin del vèrnaro e l’inìsio de la vita nova. Marzo segnava el passajo dal fredo al tepore, dal scuro a la luce, dal riposo dei campi a la so rinàssita.
    Cossa se fasea in quel zorno?
    I tosàti coreva par le strade del paese baténdo pignàte, covèrci, bandòti e tuto quel che fasea rùmo. El fracasso el dovea èsar forte, continuo, pien de energia.
    Parké tuto ‘sto casìn?
    Par spaventar i spiriti de l’inverno, paràr via el vècio e ciamàr el novo. El rùmo el gavea un senso simbolico: scassar via la stagion passada, liberar la tera e svejar la primavera che dormìa soto la brina.
    Dopo el gran batar, se ndava de casa in casa. I putei cantava e recitava filastroche, e i vèciòti i li ricompensava con segurìssie, fighéti secchi, stracaganàsse e qualche schéo. L’era un momento de comunità, de alegria semplice e de condivision.
    LE FILASTROCCHE DEL BONÌN BONANO
    Bonìn Bonano
    jacheta de pano
    botòn d’argénto
    dame un schéo
    che so contento!
    Bati bati Marso
    che l’erba cresarà
    No stà morir, cavaéo,
    che Aprìe ormai xe qua!
    Lo saveìvi che…?
    Ancóra ogi portemo i segnali de quel Capodanno de Marzo nei nomi dei mesi. Quando l’ano scomisiava col primo de Marso, i mesi finali i gavea un numero preciso:
    Setembre (7° mese)
    Otobre (8° mese)
    Novembre (9° mese)
    Dicembre (10° mese)
    I nomi i vien dal latino e i conserva ancora el numero originale, segno che el ciclo del tempo el partìa pròpio col risvejo de Marso.
    🍷 Eviva el Cào de Ano!
    Tegnìmo vive le nòstre radìse e le tradission. Tiré fora le pignàte, fè un fià de rùmo, canté le filastroche dei nòstri noni e festejémo la rinàssita de la nòstra tiera, del nòstro popolo e de la primavera che torna ogni ano a portar vita nova.
    #caodeano #capodannoVeneto #tradission #veneto #batarmarso

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  30. Dal gruppo Facebook
    “STATO VENETO Presidenza del consiglio dei ministri”

    Alora metemose comodi darente al fogo, che sta storia la parla proprio de naltri e de come i nòstri vèci i vardava el mondo.
    ​De dove vien el “Cao de Ano” Veneto?
    ​La tradission del 1° de Marso come Capodanno la vien da luntan, par fin prima de Venessia. I Antighi Romani i faseva scuminsiar l’ano a Marso (infati setenbre, otobre e novenbre i se ciama così parché i era el 7°, 8° e 9° mese).
    ​La Serenisima Republica, che de tradission e de identità la se ne intendeva, la ga mantegnù sto uzo fin a la so fine nel 1797. Par i Veneti, l’ano no podeva mìa tacar col fredo de Genaro, ma col risvejo de la natura: co la linfa che la taca a girar inte i albari e la tera che la deventa tènara par el sapało.
    ​La tradission del “Bati Marso”
    ​El rito del Bati Marso (o Batimarso) l’è un rito magico e contadin. El popolo, specialmente i putei, i girava par i canpi e par le cale de la xità fasendo un gran bacan con:
    ​Pignate vècie e cuciari de legno.
    ​Ràgołe (strumenti che fa un rumore de sgaro).
    ​S’ciopeti e canpanéi.
    ​Perché tuto sto fracasso?
    ​Par svejar la tera: Se pensava che col rumore le radise le capise che era ora de butar fóra i bosi.
    ​Par paràr via l’inverno: L’inverno el rapresentava la fame e el fredo; bati Marso serviva par casar via “el vecio” e far posto “al novo”.
    ​Na cansoneta da cantar tuti insieme
    ​Eco un de quei ritornelli che se cantava (e che se canta ancora in t’i filò) par le strade:
    ​”Bati, bati Marso,
    che l’erba crese,
    che el gran el fiorisse,
    e che la vaca el late la fornisse!
    ​Fora l’inverno, dentro la primavera,
    el pan in caneva e el vin in caldera!”
    ​Ti come te lo festegi?
    ​Ogi sta tradission la sta tornàndo de moda in tante piase del Veneto (da Trevizo a Vicensa, fin su in Pedemontana).

  31. LA TIPICA MASCHERA VENEZIANA: LA BAÙTA
    📍Venezia

    “La baùta o bautta ha conosciuto il massimo successo tra XVII e XVIII secolo: le sue origini sono antichissime dato che la sua prima attestazione va attorno al XIII secolo restando in auge fino alla caduta della Serenissima.

    Il primo documento ufficiale che dichiara il Carnevale di Venezia una festa pubblica è un editto del 1296: il Senato della Repubblica dichiarò festivo il giorno precedente alla quaresima. In quest’epoca e nei secoli che si succedettero, il carnevale durava sei settimane, dal 26 dicembre al mercoledì delle Ceneri; i veneziani indossavano maschera e costume celando la propria identità, di fatto annullando classe sociale sesso o religione ed in quell’epoca quando si incrociava qualcuno si soleva dire semplicemente “Buongiorno siora màscara”.

    “Behüten” ovvero proteggere: il nome “bauta” deriva da questo verbo tedesco. Una parola assolutamente azzeccata perché la bauta è un vero e proprio costume e protegge chi la indossa da sguardi indiscreti, ovvero quelli che vorrebbero svelare l’identità della “siora mascara”.

    Va altresì puntualizzato che la Bauta non è una semplice maschera: a differenza delle altre, andrebbe indossata con altri tre elementi significativi:
    -il tabarro, un pesante mantello nero “a ruota” che ha la funzione di coprire l’intera figura dalla testa ai piedi, sia davanti che dietro lungo la schiena
    -il tricorno, un cappello nero a tre punte, a volte contornato da qualche penna bianca
    -lo zendale, uno scialle ampio e nero, con lunghe frange, a copertura del capo e delle spalle

    L’avete mai indossata voi?”
    (Da Anima Veneta, facebook)

  32. Il Polesine Marciano

    Risotto coi bruscàndołi e la puina
    Risotto coi bruscàndołi e la puina

    Ingredienti:
    200g di riso
    1 litro di brodo vegetale o di carne
    80g di cime di luppolo (bruscàndołi)
    5g di olio di oliva
    30 g di cipolla
    30 g di burro
    10 g di vino bianco secco
    20 g di grana
    30 g di ricotta fresca
    1 spicchio di aglio
    Sale e pepe

    Preparazione

    In una casseruola con cipolla ed aglio,rosolare i bruscàndołi,aiutati con un pò di brodo,mettere il riso e mescolare continuamente aggiungendo il brodo.Alla fine, amalgamare la ricotta,il burro ed il grana.

    Buon appetito

    📖Tratto da “voce del verbo mangiare”

    ✍️ a cura di Alessandro Fioravanti

    #Polesine #PołesineMarciano #SaporiDelPolesine #CucinaPolesana #Tradizioni #StoriaLocale #DeltaDelPo #CulturaVeneta #GastronomiaVeneta #TerradiFiumi #NuovaRubrica #ilpolesinemarciano

    #CucinaVeneta #Tradizione #RicetteStoriche #Polesine #GustoItalian

  33. Anima Veneta
    LA LEGGENDA DELLA PIETRA ROSSA DELLA PESTE
    📍Corte Nova (Zorzi o della Peste), sest. Castello (VE)

    La «pietra rossa» è una lastra di marmo rosso inserita tra i masegni della pavimentazione del sotoportego della Corte Nova: se la trovate, non dovete assolutamente calpestarla!

    La leggenda vuole che nel 1630 una donna di nome Giovanna ebbe la visione della Madonna che le raccomandò, per sconfiggere la peste, di dipingere un quadro rappresentante la Sua immagine e quelle dei santi Rocco, Sebastiano e Giustina, e di esporlo alla parete del sotoportego della Corte Nova. E così fecero gli abitanti del sestiere, informati dalla mistica, che decorarono il sottoportico con il quadro richiesto dalla “Madonna” e di fronte un altra rappresentazione della Vergine.

    La peste (“personificata”) iniziò ad attraversare il sotoportego, ma fu subito fermata dall’immagine miracolosa: la “peste” cadde quindi a terra e si dissolse. La pietra ricorda il punto dove la Peste fu sconfitta dalla Vergine Maria.

    Va ricordato che nel seicento, il rosso era il colore del lutto.

  34. Dal gruppo Facebook : Veneziani a tavola, notte

    “Par che ognun di carnevale
    a suo modo possa far,
    par che adesso non sia male
    anche pazzo diventar…”
    😃
    Le feste più grandi, autentiche pazzie, erano riservate all’ultima notte di Carnevale. Naturalmente, la festa più sfrenata era a Piazza S.Marco: a dar retta ai testimoni del tempo, si trasformava in un vero e proprio “baccanale”.
    👉 Migliaia di persone ballavano con fiaccole accese, illuminando a giorno la città, erano le ultime ore di libertà. Un grande manichino che rappresentava la maschera di Pantalone veniva bruciato tra le colonne della Piazzetta antistante al Molo e tutti in coro cantavano una lugubre litania, il “funerale” del Carnevale: “El va! El va! El va!”.
    👉 I lenti rintocchi delle campane di San Francesco della Vigna segnavano la fine del Carnevale e l’inizio della Quaresima…

    (riduzione da: carnivalofvenice – Ph da carnevale.venezia)

  35. A proposito di quella che, a Verona, chiamano ‘Casa di Romeo Montecchi’

    Questa casa fortificata del XIV secolo, con merlature ghibelline e cortile interno, è identificata come la casa di Romeo.

    ⏳Fino fine dell’Ottocento l’edificio era conosciuto come “Stallo delle Arche”.

    🏛 In realtà, il palazzo apparteneva nel XIV secolo ai Nogarola, una delle famiglie più influenti della corte di Cangrande. Qui dettò testamento Bailardino Nogarola, ambasciatore e podestà in diverse città venete.

    📖 Il nome “Montecchi” veniva associato a questa zona anche per via di una cronaca antica (Zagata, 1747) che menzionava le loro case presso Ponte Nuovo. Ma non esiste alcun legame documentato tra l’edificio e i Montecchi.
    Nel Quattrocento passò ai Bevilacqua, e fu poi suddiviso tra più famiglie, diventando infine un “stallo”, cioè una locanda.

    🎭 Tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento si tentò di acquistare l’edificio per farne un museo shakespeariano, ma il progetto non fu mai realizzato.
    Durante le celebrazioni dantesche del 1921, un gruppo di visitatori francesi si inginocchiò nel cortile, citando Shakespeare in originale.

    🏠 Il complesso si sviluppa attorno a un cortile con porticato, una scala monumentale — simile per forma e periodo alla Scala della Ragione — e resti di una decorazione quattrocentesca raffigurante le Virtù.
    La proprietà è privata e non è visitabile.

    Fonti:
    https://museicivici.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=72432
    L. LOVATO BIASI, S. CASALI, D. ZUMIANI, Palazzo Nogarola, Della Scala, Bevilacqua Lazise, Biasi, detta “Casa di Romeo”.

    #QuartiereAttivo #Verona #CasaDiRomeo #RomeoEMontecchi #Shakespeare #StoriaVerona #VeronaShakespeariana #PublicHistory #ArcheScaligere #FamigliaNogarola

  36. *BELLA DA MORIRE*
    Quando i cosmetici erano mortali*
    “La cerussa”, un bianco per una pelle bianchissima per sfoggiare in ogni occasione mondana un viso di porcellana.
    Era questo il miglior biglietto da visita delle nobildonne veneziane che volevano trovare marito: un biancore che fosse simbolo di purezza, ma che nascondesse anche gli eventuali segni lasciati dalle scarse norme igieniche o da malattie.
    Ad aiutare le donne a raggiungere questo risultato c’erano gli spezieri e i muschieri, che preparavano acque profumate e impacchi di bellezza.
    Ma spesso questi intrugli non bastavano a raggiungere lo scopo.
    Le dame si applicavano su tutto il viso e sul décolleté uno strato di cerone, la cerussa.
    Una sorta di cipria, in polvere, che veniva per comodità lavorata sotto forma di palline, lasciata seccare e poi ridotta di nuovo in polvere, all’occorrenza, con un mortaio.
    Le polveri erano composte da metalli altamente tossici, come il bianco di piombo, chiamato “biacca” – prese il nome di cerussa perché richiamava il candore della cera delle candele – o il sublimato di mercurio, chiamato anche “fuoco di Sant’Elmo”, che mangiava le rughe, le cicatrici e, purtroppo, anche i lineamenti.
    Un cerchio senza fine: perché il risultato era che le donne applicavano una maggior quantità di preparato per coprire i segni che deturpavano il volto.
    Per farlo aderire meglio, a volte veniva mescolato con l’albume, ma questo si rompeva sotto i movimenti del viso, quindi era rigorosamente vietato perfino sorridere.
    All’applicazione di questa copertura col tempo seguivano infiammazioni agli occhi, caduta di capelli e sopracciglia (che venivano sostituite da sopracciglia posticce in pelliccia di talpa e topo), annerimento dei denti, paralisi, infertilità.
    Si poteva arrivare anche alla morte.
    Insomma, belle da morire non era poi solo un modo di dire.
    Dopo aver applicato il belletto, le dame veneziane applicavano un rosso acceso sulle gote, un rouge o fard preparato con zafferano turco, resine, legno del brasile, sandalo e cocciniglia.
    Oppure la preparazione dei cosmetici prevedeva metalli e minerali come il cinabro, vermiglio e minio, anche questi velenosi per la pelle.
    Per togliere il cerone non si usava acqua e sapone ma un detergente con ingredienti altamente dannosi: una miscela contenente gusci d’uovo, allume e mercurio.
    Questo poteva dare l’impressione di lasciare la pelle morbida e liscia, ma era solo dovuto al fatto che il mercurio la corrodeva.
    Una vittima della cerussa fu Elisabetta I che nel 1562 contrasse il vaiolo che le lasciò il viso butterato.
    Poiché la regina era sempre stata orgogliosa della sua bellezza, temeva che ciò potesse rovinare la sua immagine, con quella pelle perfettamente chiara, l’aspetto tipico delle classi più alte, della nobiltà e della perfezione terrena.
    Iniziò allora a coprirsi le cicatrici con un pesante strato di trucco bianco, usando quella che era conosciuta come la “cerussa veneziana”, o ” spirito di Saturno”, che la aiutava a ripristinare la sua carnagione liscia e bianca.
    Per completare il look, Elizabeth utilizzava anche pigmenti rosso vivo sulle labbra che erano a base di cinabro, un minerale tossico contenente mercurio.
    Negli ultimi anni del suo regno, la regina conduceva una lotta senza sosta nel tentativo di nascondere i segni del tempo.
    Ma quando nel 1599, il conte di Essex la vide in camicia da notte, senza parrucca e trucco, rimase scioccato dallo spettacolo. 😨
    Fin dal Medioevo, Venezia fu uno dei principali luoghi di produzione in Europa della biacca, in dialetto “sbiaca”, che era utilizzata anche come pittura o medicamento.
    La sua biacca era tanto famosa da far sì che questo colore fosse noto anche come “bianco veneziano”, o “bianco di Venezia”.
    Oggi ne rimane traccia nella toponomastica cittadina, come Calle de la Sbiaca, vicino al Rio Novo, dove esisteva una rinomata bottega del pregiato bianco veneziano.
    Queen Elizabeth I of England in her coronation robes.
    La storia dell’ arte tra miti e leggende

  37. CURIOSITÀ: IL BIONDO VENEZIANO…A Venezia, l’arte d’imbiondire i capelli, aveva un proprio codice, alla cui compilazione concorrevano il medico e lo scienziato, il polverista, il saponaio e l’erbaiolo: da cui un grosso ricettario da far impallidire la più voluminosa farmacopea che allora esistesse
    Legno di liquirizia tritato, radice d’unghia cavallina, capelvenere e zafferano, grani di lupino, mirra, stafisagra e rimasugli secchi di vino bianco, allume di rocca, vitriolo, aloe, curcuma o celidonia e altri ingredienti formavano una delle tante lavande per imbiondire i capelli delle veneziane.

    Molmenti
    In foto: Paolo Veronese, ritratto di nobildonna veneziana (La bella Nani) 1560ca, ora al Museo del Louvre

  38. Sappiamo che venne dato alla stampa veneziana nel 1561 con il titolo di: “I secreti della signora Isabella Cortese né quali si contengono cose minerali, medicinali, arteficiose, alchemiche e molte dell’arte profumatoria appartenenti a ogni gran signora”
    Il libretto conteneva ricette e consigli per guarire varie malattie, ( dalla rogna al mal francese), per comporre oggetti attinenti a svariati mestieri (dalla terra da getto alla concia delle pelli), per curare la bellezza femminile (acque, unguenti, profumi, sapone per rendere morbide le mani, e tinture per capelli biondi, rossi e neri). Ecco un esempio di ricetta:” Acqua che fa la faccia rossa e lustra, e l’attempate fa parer giovani: piglia la chiara d’otto ova fresche e sbattile tanto che si convertano in acqua chiara, e la colerai, poi piglia argento sollimato, acconcio, oncie 1 lume scaiola, borace, canfora, oncie 5 polvere zuccarina, oncie 1 di aceto forte, oncie 2 di acqua di fiori di fava. Polverizza le cose da polverizare, poi ogni cosa metti in una caraffa grande lassando al sole per quindeci giorni, squassandola due o tre volte al giorno, poi lassala riposare per un dí e vuotala in un’altra caraffa a conservare con la quale lava il volto e lassa asciugare da sé, e lassa posare cosí per un pezzo poi fregati con un pezzo di scarlatto (?) la faccia e farà i detti effetti. E se fosse una donna vecchia di sessanta anni in poco tempo gli farà la pelle del volto che parà giovene di quindici anni” .
    Per schiarire i capelli invece prescriveva fiori di lupino zafferano e salnitro.
    Il manuale ebbe un notevole successo e la sua pubblicazione si protrasse per circa un secolo.
    Fonti varie
    Foto da fb

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